Psicoterapia e Ipnosi
Sigmund Freud: I limiti della suggestione in ipnosi
Questo articolo tratta degli albori della psicoterapia e lo fa attraverso la figura paradigmatica di Sigmund Freud, il “padre” della psicoanalisi. Nel particolare prenderò spunto da un articolo di Freud: “Il trattamento psichico” facente parte delle sue prime opere a carattere psicologico: quelle relative gli studi sull’isteria, l’ipnotismo e la suggestione. In corsivo sono presentati gli stralci originali dell’articolo (datato 1890).
Si può considerare questo articolo paradigmatico sia del “servizio” che Freud ha reso all’ipnoterapia, nonché significativo in merito alle premesse su cui possono poggiarsi le perplessità che ancora oggi alcuni psicoterapeuti conservano nei confronti dell’uso dell’ipnosi in psicoterapia. Proprio per questo, tale articolo funge da pretesto per un raffronto tra l'ipnosi "classica" e l'ipnosi moderna.
Facciamo quindi un passo indietro nel tempo lasciandoci trasportare intorno al 1887: la psicoanalisi doveva ancora nascere (come del resto la stessa psicoterapia), ed il giovane neurologo Sigmund Freud era immerso nello studio sull’ipnotismo (avendo da poco avuto la fortuna di assistere Charcot, tra i primi medici a sperimentare l’ipnosi come metodo terapeutico). Freud aveva di recente aperto il suo studio professionale di medico delle malattie del sistema nervoso e, avendo come clienti soprattutto “nevrotici non organici”, si trovava nella necessità di costruirsi uno strumento terapeutico che non fosse la generica prescrizione di riposo e di massaggi.
In quel periodo cominciava anche a scrivere i suoi primi articoli a carattere psicologico in cui denunciava la comunità scientifica (quella medica) di non occuparsi dell’azione della psiche sul corpo evidenziando come molti mali, anche fisici, erano chiaramente influenzati da “eccitazioni, emozioni, preoccupazioni, ecc”, e potevano sparire attraverso “un mutato influsso della vita psichica sul corpo”.
Fu così che Freud concepì e scrisse sul “Trattamento Psichico” e, dal momento che “psiche” è una parola di derivazione greca che vuol dire “anima”, il trattamento psichico indicava per lui:
“il trattamento a partire dall’anima, trattamento – di disturbi psichici o somatici – con mezzi che agiscono in primo luogo e immediatamente sulla psiche dell’uomo. Un tale mezzo è soprattutto la parola, e le parole sono anche lo strumento essenziale del trattamento psichico. Il profano troverà certo difficile comprendere come disturbi patologici del corpo e della psiche possano venir eliminati attraverso le “sole” parole del medico. Egli penserà che si pretende da lui la fede nella magia. Non ha tutti i torti; le parole dei nostri discorsi quotidiani non sono altro che magia sbiadita. Ma sarà necessario prendere una via indiretta, più ampia, per far capire come la scienza riesca a restituire alla parola almeno una parte della sua primitiva forza magica. […] In ogni epoca e nell’antichità ancor più diffusamente di oggi, i medici hanno praticato il trattamento psichico. Se per trattamento intendiamo lo sforzo di suscitare nel malato gli stati e le condizioni psichiche più favorevoli alla guarigione, allora questo genere di trattamento è storicamente il più antico”.
Al tempo l’ipnosi cominciava ad essere applicata in senso terapeutico e costituiva l’unica forma di trattamento psichico conosciuta e praticata. Essa veniva fortemente avversata da buona parte della comunità scientifica anche se, un certo numero di medici, cominciavano a praticarla con discreti successi (a volte con risultati sorprendenti), in particolar modo su pazienti isterici (pazienti che soffrivano di una sintomatologia vistosa sul versante sia psichico che somatico).
Nei suoi primi articoli Freud da un lato attacca molto polemicamente gli argomenti di chi si opponeva all’uso medico dell’ipnosi (esaltandone le potenzialità terapeutiche), dall’altro spiega cosa sia l’ipnosi, la suggestione, l’induzione di ipnosi e la terapia ipnotica facendo ricorso alle conoscenze del tempo:
“Per contro si è offerta al medico, in modo singolare e non prevedibile, la possibilità di esercitare un’influenza profonda, anche se transitoria, sulla vita psichica dei suoi malati e di sfruttarla a scopi terapeutici. Era nota da molto tempo, ma soltanto negli ultimi decenni è stata accertata al di là di ogni dubbio, la possibilità di trasporre le persone, mediante certi blandi interventi, in uno stato psichico del tutto particolare che ha molta somiglianza con il sonno e che viene perciò definito “ipnosi” ”.
Quanto sembra colpire particolarmente Freud dell’ipnosi è un suo aspetto specifico comunemente definito con il termine di “rapport”, ossia la relazione tra ipnotista ed ipnotizzato durante l’ipnosi. Lascio la parola a Freud:
“Ma dire che il mondo dell’ipnotizzato si limita per così dire all’ipnotizzatore, non basta. A ciò si aggiunge che il primo diventa perfettamente arrendevole verso il secondo, ubbidiente e credulo e precisamente con una ipnosi profonda, in maniera quasi illimitata. E l’attuazione di questa obbedienza e credulità rivela allora come caratteristica dello stato ipnotico il fatto che l’influsso della vita psichica sul corpo è straordinariamente intensificato nell’ipnotizzato […] Questo implica da un lato obbedienza, ma dall’altro lato accrescimento dell’influsso fisico di un’idea. Qui la parola è ridiventata magia. Lo stesso avviene nel campo delle percezioni sensorie. L’pnotizzatore dice “ Lei vede un serpente. Lei odora una rosa. Lei ode la musica più bella”, e l’ipnotizzato vede, odora e ode, come la rappresentazione indotta gli richiede”.
Ora, un obiettivo condivisibile dell'ipnosi classica e dell'ipnosi moderna (o "nuova" ipnosi) può anche essere quello di restituire alla parola la sua primitiva "forza magica", ma forse è di molto cambiato ciò che si intende per magia della parola. Rimaniamo sulla relazione tra ipnoterapeuta e ipnotizzato, il rapport: sembra che per Freud abbia a che fare con una questione di potere, una relazione in cui l’ipnotizzato obbedisce a quanto gli viene detto dall’ipnoterapeuta, quasi a creare l’equazione tra ipnosi profonda e “credulità” o “obbedienza”.
Partiamo dalla credulità. Al paziente effettivamente appartiene la capacità di trasformare le parole del terapeuta (come quelle di chiunque altro) in rappresentazioni mentali attraverso processi sia immaginativi che affettivi: un’esperienza che in ipnosi può essere anche molto intensa ed arrivare a coinvolgere i sensi allo stesso modo in cui possiamo sentirci coinvolti e partecipi nei nostri sogni mentre sogniamo (come se ciò che stiamo vivendo in ipnosi coincidesse con la nostra realtà attuale). Ma cosa ha a che fare la credulità con l’attivazione di una capacità, di una risorsa?
Passiamo poi all'obbedienza. Ebbene, se è vero che in ipnosi c’è una focalizzazione dell’attenzione di chi è in trance nei confronti del terapeuta ("che il mondo dell’ipnotizzato si limita per così dire all’ipnotizzatore" - come dice Freud) e che questa focalizzazione dell’attenzione è funzionale al raggiungimento di uno stato di trance, è vero anche che questa attenzione non può che essere reciproca, nel senso che il terapeuta è estremamente attento a quanto il paziente va sperimentando e vi si adatta costantemente in modo da facilitare l’esperienza di trance e più in generale la terapia. C'è quasi da chiedersi: chi obbedisce a chi?
Nell’ipnosi moderna, sostanzialmente, è il terapeuta ad adattarsi ai bisogni terapeutici del paziente più che il viceversa: se si spera che sia il paziente ad adattarsi all’ipnoterapeuta, e che lo stesso paziente si limiti ad "obbedire" alle suggestioni del terapeuta, vi è un’alta probabilità di insuccesso dell’induzione (come è giusto che sia e come in passato così spesso accadeva) e della terapia. Lo stesso Freud infatti scrive:
“Se prima si è detto che l’ottanta per cento circa delle persone sono ipnotizzabili, questo alto numero è stato raggiunto semplicemente annoverando tra i casi positivi tutti i casi che mostrano una traccia qualsiasi di influenza ipnotica. Ipnosi realmente profonde con docilità completa, quali quelle che si scelgono per campione in una descrizione, sono propriamente rare, e comunque non così frequenti come sarebbe desiderabile nell’interesse della guarigione. [...] Se si riuscisse a trovare dei mezzi attraverso i quali si potessero amplificare tutti questi particolari gradi dello stato ipnotico sino all’ipnosi completa, la singolarità dei malati sarebbe nuovamente eliminata, e l’ideale del trattamento psichico realizzato. Ma questo progresso sinora non è riuscito; dipende ancor sempre molto più dal malato che dal medico il grado di docilità che sarà messo a disposizione della suggestione, cioè dipende ancora una volta dalla volontà del malato”.
Senza voler sembrare privi di rispetto per il fondatore della psicoanalisi (che pur tanto ha fatto per la psicologia clinica e la psicoterapia in generale), c'è da dire che l’ideale di trattamento psichico che propone qui ha l’aria di essere perverso: eliminare la singolarità del paziente. Logicamente il “progresso” di cui parla Freud non si è realizzato in quanto parte da premesse errate: l'ipnosi (oggi si sa) è possibile a patto di rispettare l'individualità del paziente, nel caso contrario si potrà al limite ottenere una simulazione d'ipnosi per compiacere il terapeuta.
Ed è proprio la singolarità del paziente, invece, a costituire la sua più grande risorsa: tale singolarità è il punto di partenza di tutte le forme di ipnoterapia moderna. Il principio introdotto dalla Psicoterapia Ericksoniana, che funge da guida nel trattamento ipnotico, e che descrive meglio il processo di adattamento del terapeuta alla singolarità del paziente in ipnosi, ha il nome di “Tayloring” (che tradotto dall’inglese rimanda al “cucire un abito su misura”).
Ma lasciamo nuovamente la parola al padre della psicoanalisi:
“Ma anche a voler considerare la docilità ipnotica presa a sé stante come l’aspetto essenziale di questo stato, bisogna ammettere che le singole persone dimostrano la loro singolarità lasciandosi influenzare soltanto sino a un determinato grado di arrendevolezza, al quale poi si fermano. Esse dimostrano quindi gradi diversi di adattabilità al procedimento ipnotico”.
Anche questo breve passo ci offre un ulteriore spunto di riflessione: l’ “adattabilità al processo ipnotico” (o ipnotizzabilità - in passato confusa con la suggestionabilità). In merito possiamo dire che se questa si misura con l’arrendevolezza alle suggestioni, sarà alta la probabilità che si possa ottenere nella relazione tra terapeuta e paziente una lotta per il potere e la famosa (per gli psicoanalisti) “resistenza” del paziente nei confronti del terapeuta e della terapia: reazione, in questo caso, sia comprensibile che sana. L'ipnosi, invece, diviene tanto più profonda quanto più il paziente si sente libero di rispondere, nello stato di trance, al suo mondo interno piuttosto che a quello esterno.
Sigmund Freud infatti descrive, nel passaggio che segue, i limiti della suggestione (nel senso di "obbendienza" ad un comando) citando, come esempio, che se si suggerisce in ipnosi ad una ragazza pudica di spogliarsi, ella non lo farà:
“Da ciò si impara che, anche nella migliore delle ipnosi, la suggestione non esercita un potere illimitato ma solo una determinata forza. L’ipnotizzato fa solo sacrifici piccoli, esita di fronte ai grandi, esattamente come nello stato vigile. […] A ciò si aggiunge, nella pratica, che proprio i malati nervosi sono per lo più mal ipnotizzabili, di modo che non l’influsso ipnotico pieno, bensì solo una sua frazione deve sostenere la lotta contro le robuste forze con le quali la malattia è ancorata nella vita psichica. Alla suggestione non è dunque assicurata in partenza la vittoria sulla malattia, una volta che l’ipnosi, e perfino una ipnosi profonda, sia riuscita”.
Lasciamo ora concludere a Freud il suo articolo sul trattamento psichico, premettendo che le difficoltà cui ha accennato relativamente alla suggestione, sono le stesse che lo hanno spinto ad abbandonare l’ipnosi per sviluppare il metodo delle libere associazioni (dando vita alla psicoanalisi). L’articolo di Freud conclude così:
“D’altra parte è facilmente comprensibile che i medici, ai quali il trattamento ipnotico della psiche aveva permesso molto di più di quanto è riuscito a mantenere, non si stanchino di cercare altri procedimenti che rendano possibile un’azione più incisiva, o meno imprevedibile, sulla psiche del malato. Ci si può abbandonare alla sicura speranza che il moderno e consapevole trattamento psichico, il quale rappresenta una recentissima ripresa di metodi terapeutici antichi, offre ai medici armi ancor più forti per la lotta contro la malattia. Un esame più approfondito dei processi della vita psichica, i cui primi elementi poggiano appunto sulle esperienze ipnotiche, ne indicherà i mezzi e le vie”.
A più di un secolo di distanza dallo scritto di Freud, si può concludere dicendo che si rese necessario, nel tempo, un radicale mutamento delle premesse teoriche e metodologiche, prima che l’ipnosi potesse divenire un mezzo idoneo a restituire alla parola la sua primitiva forza magica al servizio della salute.
Buona parte del cambiamento di tali premesse si deve all’opera di Milton Erickson. L'opera di Erickson infatti partì proprio dai limiti della suggestione (intesa come obbedienza ad un comando) per elaborare un metodo di ipnoterapia che utilizza la singolarità del paziente come la risorsa principale cui far leva per attivare le capacità di autoguarigione. Il superamento dei limiti della "suggestione" costituisce a buon diritto lo spartiacque tra vecchia e nuova ipnosi.
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